UN CANTO IN MEMORIA DELL’AFROAMERICANO GEORGE FLOYD.

“Mi chiamo George e sono morto così”

Da “Avvenire”, giovedì 4 giugno 2020

Sono confuso, ho paura, ho sbagliato.

Non dovevo usare quelle banconote false, ma ero disperato.

Sono seduto nella mia auto, so di essere nei guai. 

Li vedo dallo specchietto che si avvicinano.

Non mi muovo.

In quattro mi tirano fuori con la forza, mi spingono contro un muro, finisco a terra.

Quando mi rialzo mi strattonano, mi dicono che devo seguirli nella loro macchina, oppongo resistenza, mi trascinano via, 

cado di nuovo.

Sono agitato, in tre mi sono addosso. 

Uno di loro ha infilato il ginocchio tra la mia spalla e la testa. 

Mi schiaccia il collo, comincia a mancarmi l’aria.

Poco a poco i miei polmoni iniziano a buttare fuori quel poco che ne è rimasta in circolo.

Ho paura, ma soprattutto ho fame di ossigeno e comincio a supplicare...

Fermati, fermati. Non ho fatto niente di serio... Per favore, 

per favore, non riesco a respirare.

Per favore amico, per favore.

Non riesco a respirare.

Non ri- e- sco - a - re - spi - ra - re.

Non ho più la forza di dir nulla...

Non riesco a muovermi.

Ho finito l’aria.

Ho finito...

Mi sento schiacciato,

mi fa male il collo,

mi fa male lo stomaco,

mi fa male il petto.

Tutto fa male.

Mi stanno uccidendo.

Nell’ultimo anelito di vita mi sforzo, con ogni singola fibra, 

di ingoiare almeno un po’ d’aria.

Ma non ce la faccio.

La frequenza cardiaca è ormai fuori controllo, 

il cuore martella nelle orecchie. 

Il sangue é ormai saturo di anidride carbonica, 

le pupille sempre più piccole...

È buio. 

Forse sono morto, forse no... 

poliziotto george floyd 900x600

Anzi no, perché sento un liquido caldo che bagna i pantaloni e scende lungo le gambe. Il tentativo di far entrare quell’ultimo milligrammo d’ossigeno nei polmoni ha fatto scoppiare il mio cuore.

Il mio cervello lentamente, troppo lentamente, inizia a spegnersi.

Nonostante ci abbia provato con tutte le mie forze a resistere si è spento tutto.

Sono morto.

George Floyd - prima che una vittima di un abuso di potere, della violenza di un tutore della legge -, era un essere umano, un figlio, un fratello, un marito, un padre. Che sia morto per asfissia o per gli effetti combinati dell’essere bloccato a terra dall’agente accusato del suo omicidio, delle sue patologie pregresse (coronaropatia e ipertensione) e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo, il suo decesso è stato provocato da quell’azione.

Per morire soffocato o riportare danni irreparabili, un adulto in buona salute impiega tra i 4 e i 6 minuti. George Floyd, un ormone di quasi due metri, ha resistito 9 minuti, 540 secondi con un ginocchio che gli schiacciava il collo mentre disperato continuava a dire che non poteva respirare.

 

E il suo aggressore non era un criminale comune. No. Era un poliziotto. O almeno questo diceva il suo distintivo. Invece questo individuo, che già per 12 volte aveva commesso delle violazioni, persino un omicidio in servizio, ha assistito alla sua fine con le mani in tasca. Eppure quello che stava morendo sotto al suo sguardo non era uno sconosciuto ma una persona con cui, quando non indossava ancora la divisa, aveva anche lavorato.

Un agente di polizia bianco che stava uccidendo un uomo nero sogghignando e guardando l’obiettivo di uno smartphone che immortalava per sempre quell’orrore.

BREATH

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