CHI SI ISOLA NON STA IN PIEDI

di Cécile Kyenge, eurodeputata

Spunti di riflessione intorno al concetto di “diritto di asilo”, liberamente tratti da Combonifem, settembre - ottobre 2018

9 luglio 2018: due ministri del governo May impegnati nella Brexit, si dimettono: la notizia evidenzia l’implosione della Gran Bretagna, in difficoltà dopo il referendum contro l’Unione Europea. E dovrebbe essere di monito agli altri stati europei che sono tentati da  fibrillazioni euroscettiche.

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Anche la nostra Italia dal 4 marzo ha dato molto a forze politiche xenofobe l’una e populista l’altra, che manifestano posizioni più o meno accentuate di antieuropeismo.

L’antieuropeismo, che è in un certo modo anche l’anti-migrazione, non è una scelta vincente per la nostra Italia

Al centro dell’attuale controversia intergovernativa in Europa, si trova la questione delle migrazioni, e in particolare del diritto di asilo, secondo il cosiddetto regolamento di Dublino.

Questo regolamento basato sul concetto di Paese di approdo del richiedente asilo, lascia al Paese di arrivo l’obbligo di accogliere le richieste presentate sul proprio territorio: questa situazione ha comportato per l’Italia un peso significativo, essendo il più meridionale tra i paesi mediterranei.

Il regolamento era stato approvato (anche dall’Italia, con governo presieduto da Berlusconi e ministro Maroni, della Lega) nel 1990, e modificato nel 2003 e poi nel 2013. 

Nel 2016 di fronte all’aumento delle migrazioni nel Mar Mediterraneo, viene proposta una ulteriore revisione, basata sul principio di condivisione equa delle responsabilità e solidarietà. 

A larga maggioranza, il 27 novembre 2017, l’Europarlamento aveva dato  un mandato di negoziazione per implicare tutti i paesi nella gestione del diritto di asilo, introducendo il concetto di distribuzione dei richiedenti asilo tra tutti i paesi dell’Unione, in proporzione al PIL e alla popolazione: in altre parole, un ricollocamento ben articolato ed equo. 

I componenti leghisti dell’attuale governo si astennero dal voto, mentre i M5S votarono contro: la loro intenzione era quella di mantenere lo status quo

E in questo modo, di fare una campagna elettorale in cui era punto di forza il problema dei migranti.

Ma a inizio 2018, il gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria) e poi la Bulgaria hanno proposto (e di fatto attuato) la non obbligatorietà dell’accoglienza  e della condivisione, e proposto la riduzione della penale per chi non accogliesse i migranti da 250mila a soli 30mila euro. 

E ora?

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Se sull’argomento “asilo” si possono vincere le elezioni, quando si è al governo il problema è ben più difficile: che cosa ha ottenuto il premier Conte nella conferenza dei capi di stato e di governo di fine giugno? Nulla, se non che quasi si è rafforzato il regolamento di Dublino e l’Italia dovrà continuare ad occuparsi da sola degli sbarcati sul suo territorio.. anzi, il primo ministro Conte ha dovuto prendere atto del fatto che bisogna andare in Europa con spirito collaborativo e non con atteggiamenti di ricatto che poi risultano controproducenti.

L’Italia dovrebbe invece operare in modo collaborativo e persuasivo, per la condivisione della gestione, smarcandosi dalle posizione xenofobe dei paesi di Visegrad: perché per far star bene l’Italia ci vuole più Europa!

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